Pausa Caffè

con Maurizio Minnucci

«Stai a far caso alle parole... se ne dicono tante!». Se per tutte le volte che mi è stata rivolta questa frase avessi ricevuto 1 euro, oggi sarei ricco.

Io alle parole faccio caso perché sono un essere umano e, fino a prova contraria, gli esseri umani comunicano attraverso le parole. Se al mio cane dico a voce alta e a brutto muso: «Bravo!» con lo stesso tono di quando lo sgrido, lui lo prende come un rimprovero perché non ha la capacità di decodificare le parole. Invece un essere umano ha (o dovrebbe avere) questa capacità, in caso contrario si comporterebbe più da cane che da essere umano. Quindi le parole sono importanti.

Sono importanti per Nanni Moretti e anche per Socrate, che tanto credeva alla loro forza da non sentire il bisogno di scriverle. Per Carlo Levi sono pietre, per Gino Paoli possono logorarsi nell'abuso o nell'indifferenza, come «sassi che il mare ha consumato». Modugno cantava: «Vorrei trovare parole nuove», che è poi il problema di ogni poeta. A sua volta Mina con «Parole, parole» non fa che citare lo Shakespeare di Amleto, che vaneggia in un delirio di sproloqui: «parole, parole, parole...».

In origine la parola si identificava con la cosa: il nome della rosa era la rosa stessa. Poi il vocabolo si fa sostantivo e il nome si emancipa dal fiore, anche se Shakespeare stesso (sempre lui) ci ricorda che ciò che chiamiamo rosa avrebbe il medesimo profumo anche con altri nomi: anzi, Romeo viene esortato a cambiare il suo.

E comunque la Cosa non precede il Verbo, ma nasce con lui: «Dio disse: sia la luce! E la luce fu». «Parola mia» equivale alla garanzia morale di un galantuomo: una persona, appunto, di parola. Dare, prendere o togliere la parola non sono cose da poco. Come può essere decisivo, quando sia il caso, mettere una buona parola.

Mi perdonerete per questo piccolo excursus teso a confermare che Moretti e Socrate avevano ragione, nel senso che senza parole non c'è niente: né pensiero né cultura. «Nessuno può pensare dove la parola manca» dice Galimberti.

Secondo un'indagine di Tullio De Mauro (autore dell'omonimo Dizionario della Lingua Italiana ed ex Ministro della Pubblica Istruzione), a metà degli anni Settanta un ragazzo non usava più di 1.500 vocaboli. Vent'anni dopo, a metà degli anni Novanta, circa 650. Oggi si arriva sì e no a 200, mentre prevale nei giovani un linguaggio elementare e basico, tra il turpiloquio e un gergo usa e getta, tutto acronimi e anglicismi.

Nella maggioranza dei diplomati e dei laureati, poi, è diffuso il cosiddetto analfabetismo funzionale, ovvero l'incapacità di organizzare un discorso o un testo logicamente articolato e connesso, dotato di un accettabile repertorio lessicale e rispettoso di grammatica, sintassi e ortografia. Insomma, uno scempio storico. Colpa della tecnica e dei ritmi accelerati dei tempi? Non credo, perché si può amare Proust senza rinunciare alle comodità della telematica. Credo che in tutto questo prevalga piuttosto un sospetto di ignoranza.

Addirittura qualche tempo fa un ministro affermò che nella scuola ci vorrebbero meno guerre puniche e più tecnologia, ignorando quanta tecnologia ci fosse in quegli antichi eserciti, dalle triremi cartaginesi alle macchine d'assalto romane. Attento, signor ministro, mi permetto di dirlo anche a lei: le parole sono importanti.

L'ignoranza della lingua italiana produce errori grossolani, come l'uso frequente nei telegiornali del verbo "paventare" (che deriva dal verbo latino pavor e significa temere), in luogo di "ipotizzare" o "prospettare": così si "paventa" per domani una seduta in Parlamento o qualche altra cosa.

Altre insidie si prospettano (non "paventano") nei superlativi con suffisso in -errimo: come celeberrimo o acerrimo. Spesso si usano questi suffissi per potenziare l'aggettivo con un ulteriore e improprio superlativo relativo: dire "il più acerrimo nemico" non è un rafforzativo ma un errore, in quanto acerrimo è già il superlativo di acre. Potrei fare ancora tanti esempi ma credo che il concetto sia abbastanza chiaro. Per non parlare delle parole che si perdono: preziose, eleganti e sempre più rare, spesso accusate d'affettazione borghese. Eppure non è la stessa cosa dire foresta o selva, triste o mesto, nascosto anziché occulto, dimenticanza anziché oblio.