pausa caffè n. 73

 

 

Ciao Maurizio.

Ciao. Come stai?

Alla grande.

Alla grande!… Perfetto!... Ottimo!... Tranquillo!... Che si parli, si telefoni, si mandi un messaggio o si risponda a un’email, invariabilmente risponderete o vi verrà risposto così. Nell’epoca dell’esagerazione non esistono più gli abbastanza, insomma, così-così… Come stai? Alla grande!… Alla grandissima!

Oggi sei un po’ nervoso?

Sto solo analizzando un comportamento sociale. Sto cercando di dirti che questi sono tempi duri, sporchi, cattivi, e i comportamenti delle persone si adeguano. Non cerchiamo di cambiarli, mitigarli, ingentilirli, cerchiamo di giustificarli. Come? Normalizzandoli. Mostrando la faccia feroce ma col sorriso. Minacciando e mandando baci. Da questo si evince che forse non è un caso il gradimento popolare per un leader politico che meglio incarna quest’attitudine da coniglio mannaro.

Che ci sia una certa invasività nei modi di dire che ostentano tranquillità mentre fuori c’è la guerra, è un dato di fatto…

Certo è che l’invasività nei modi di dire quotidiani del termine tranquillo o tranquilli, in un contesto sociale sempre più agitato e caotico, ne prova la paradossalità. «Non ti preoccupare, tranquillo!» oppure «Tranquillo, avremo altre occasioni…» sono l’equivalente di «Stai sereno» di renziana memoria. Ovvero il modo per disarmarti e poterti trafiggere meglio.

In effetti bisognerebbe riprendere il controllo del linguaggio, dare più peso alle parole…

Riprendere il controllo del linguaggio è condizione essenziale per cercare di padroneggiare o almeno scendere a patti con una realtà in continua trasformazione. Una realtà così mutevole e sorprendente da non poter essere compresa e interpretata usando schemi che erano vecchi anche quando andavano di moda.

Spiegati meglio.

Penso a una frase in particolare: «Vale più un’immagine di mille parole». Che è un po’ la summa del pensiero banale. Ma che ora, nell’epoca di Facebook e Instagram, dunque dell’enorme rilevanza che hanno assunto le foto, le immagini, rischia addirittura di rendere superflue, quasi inutili le parole.

Però è vero che a volte una foto vale più di mille parole…

Può essere vero in alcune occasioni, come quando hai davanti un analfabeta, o quando si sta cercando di descrivere l’aspetto fisico di un oggetto complesso. Ma in altri casi dire che “Una foto vale più di mille parole” è una sciocchezza… Ti faccio un esempio. Considera il monologo di Amleto, quello che inizia con “Essere o non essere”. È lungo 260 parole. Potresti dirlo in 260 immagini? Ovviamente no. Le foto da sole, per chi non ha letto o sentito Amleto, non significheranno nulla. Ripeto, le immagini servono agli analfabeti.

Tu nel sito metti pochissime immagini…

E’ una scelta che ho fatto fin dal primo momento e l’ho sempre sostenuta. Una scelta controcorrente. Ogni tanto qualche collaboratore mi dice: perché non metti le foto delle residenze di scrittura o della premiazione a Napoli?

Già. Perché non lo fai?

Perché la gente vedrebbe le foto e se ne infischierebbe dei contenuti…

Però faresti il pieno di visualizzazioni…

Il pieno lo faccio lo stesso, non servono le foto. Le mie visualizzazioni sono esclusivamente per i contenuti. Non mi interessano le visualizzazioni dei guardoni. Io scrivo, non faccio il fotografo, e soprattutto così facendo so che se una pagina ha ricevuto un certo numero di visualizzazioni, è perché sono andati a leggere ciò che ho scritto, non a guardare come era vestita la Mazzantini…

Addirittura…

Non sto scherzando. A settembre misi una sola foto della residenza di scrittura, quella della Mazzantini mentre parlava. Ebbene, non sai quante persone hanno notato che era senza trucco e vestita in maniera informale… poi vagli a spiegare che la residenza di scrittura non è altro che una vacanza con persone accomunate dalla stessa passione, tra le quali si instaura un rapporto di amicizia e cordialità, e in vacanza non stai a guardare il trucco… invece la gente vorrebbe soltanto guardare, guardare, guardare, perché l’immagine è facilmente decodificabile ma spesso trae in inganno…

E poi tu sei un cultore della parola…

Sono un cultore delle emozioni, e non appena si rende necessario esprimere emozioni, idee, fantasie, astrazioni, servono le parole. Al tempo dei social si sta diffondendo la convinzione che si possa comunicare senza più bisogno di parole. E questo è un errore. Certo, se devo pubblicare una mostra devo mettere le foto, altrimenti non sarebbe una mostra, ma per il resto cerco di stare lontano dalle foto. Solo quelle necessarie.

Tutto questo quali conseguenze potrebbe avere?

Potrebbe avere delle rilevanti ricadute sociali, che però raramente consideriamo. Ossia che ciò che riteniamo dettaglio, in realtà influenza grandemente la nostra comunicazione, i nostri rapporti sociali, la nostra vita. Non solo nel modo con cui ci diciamo le cose, ma anche cosa ci diciamo. Anche tra colleghi di lavoro, ricordo che trent’anni fa si parlava di politica, di cinema, di musica… oggi non si fa più un discorso serio, profondo… nessuno vuole instaurare un rapporto in profondità, magari cercare delle affinità con qualcuno che fino a ieri non sapevi neanche l’esistenza… è come se ci fosse una sorta di paura nell’esporsi, e allora guardiamo le foto, guardiamo il trucco della Mazzantini, parliamo per slogan…

Vuoi un caffè?

E me lo chiedi? Certo che sì.