Pausa Caffè

con Maurizio Minnucci

Dopo aver pranzato a Numana in un ristorante sul mare, ci siamo messi a parlare del più e del meno. Il discorso è finito sui giovani e ad un certo punto Annamaria mi ha chiesto di poter registrare la conversazione, e così è nata questa pausa caffè.


 (Conversazione registrata e trascritta da Annamaria Romano)


Secondo te, pensi che fare buone letture basti per creare persone colte?

Le buone letture sono importanti, anche se vanno accompagnate da un ambiente favorevole alla lettura, tempo sufficiente per coltivarla e soprattutto insegnanti in gamba.

Le famiglie possono avere un ruolo?

Le famiglie devono solo sforzarsi di non rovinare tutto con le loro ansie patologiche.

Ansie patologiche?

Sì, ansie patologiche. Perché noi genitori siamo strani. Tendiamo a confondere l'amore per i figli con la preoccupazione h24. Se stanno fuori con gli amici ci preoccupiamo, se non hanno voglia di uscire ci preoccupiamo, se si innamorano ci preoccupiamo, se ci dicono che vogliono rimanere single ci preoccupiamo, se fanno troppo sport ci preoccupiamo ma se non ne fanno abbastanza o non ottengono risultati eclatanti ci preoccupiamo ancora di più. Vorremmo infilare nelle loro vite tutto quello che dovrebbe rendere felici noi, o meglio il nostro ego, non loro, che si riassume in una sola parola: successo. Tornando ai libri, ci preoccupiamo se non leggono mai ma anche quando leggono troppo non stiamo tranquilli. Siamo contenti quando leggono quel tanto che basta per prendere un bel voto in Italiano. Ma se poi quei libri li rendono profondi, complicati, se gli danno un'idea del mondo diversa dalla nostra e smorzano in loro lo spirito competitivo in favore di altri valori meno spendibili, allora cominciamo ad agitarci e a dire: «con la cultura non si mangia», come se l'ignoranza assicurasse il piatto pieno.

E secondo te c'è una soluzione che permetta ai genitori di ritrovare la pace?

Una bella camomilla e un buon libro, magari consigliato dai figli.

La laurea è sinonimo di cultura? Lo chiedo a te che di lauree ne hai due.

Assolutamente no. La laurea è solo un requisito per accedere a determinate professioni come il medico, l'ingegnere o che so io, ma ad esempio non è un requisito per fare il ministro, lo scrittore o l'imprenditore. Se qualcuno vede la laurea come un marchio di elevazione antropologica, posso solo dirgli che ha una mentalità arretrata... la mia cultura me la sono costruita negli anni leggendo per conto mio centinaia e centinaia di libri, non certo con le due lauree, quelle mi hanno aiutato solo ad "inquadrare" alcune cose. Ma questo lo ritengo ormai scontato. Se so scrivere un po' non è perché sono laureato in Lettere ma perché nel mio Dna c'è questa predisposizione alimentata da decenni di letture e molto allenamento... il sito per me è una palestra, un luogo di allenamento, perché se non ti alleni puoi avere dieci lauree e fare cento corsi di scrittura, ma il tuo modo di scrivere sarà sempre sciatto e banale.

Però molti hanno la concezione che se hai la laurea sei colto e intelligente...

Ma non è così. E' uno stereotipo che va abbattuto. Se negli anni Cinquanta o Sessanta una madre diceva: «Voglio che mia figlia si sposi un laureato», delineava solo quello che il marito di sua figlia non sarebbe stato. Non sarebbe stato un uomo che faceva lavori di fatica, un uomo con un corpo martoriato dal lavoro, un uomo incapace di leggere un libro, un uomo che parlava un dialetto incomprensibile, un uomo che avrebbe trattato sua figlia come un utero sforna prole. In una parola, non sarebbe stato un uomo sottomesso dalla sottocultura. Tutto questo era evocato dalla parola "laureato". Oggi non è più così. Viviamo in un'enorme classe media, dove anni di televisione hanno appiattito il linguaggio e ormai, a parte qualche esile frangia di popolazione, parliamo tutti allo stesso modo. Non bisogna fare confusione tra il significato di una parola e quello che una parola evoca. Il significato rimane fisso nel tempo mentre quello che evoca si modifica con l'evoluzione sociale. Credo che una persona invecchi quando non riesce più ad aggiornare queste evocazioni. Una persona laureata non è altro che una persona che ha il requisito per fare certi mestieri. Nulla di più. Con la cultura non c'entra nulla.

Eppure i genitori ci tengono ancora al figlio laureato...

Diceva Cesare Musatti: «Quando vedi tante mosche su qualcosa, vuol dire che quella cosa è già in via di putrefazione».

Credo di aver capito. Effettivamente oggi i giovani studiano molto e guadagnano poco, ammesso che riescano a lavorare...

Due nostri amici hanno uno chalet sul mare, con bar e ristorante, non ti dico quanto guadagnano. Lui dirige e sua moglie sta alla cassa. Il padre di lui a suo tempo si è fatto il culo ma lui oggi guadagna moltissimo. L'unico figlio di questi nostri amici quest'anno deve scegliere la facoltà universitaria e si vuole iscrivere a Veterinaria.

Ama gli animali?

Ma quali animali e animali... i tuoi genitori hanno una miniera d'oro e tu vuoi passare la vita a sterilizzare i gatti? Leggevo un'intervista a Flavio Briatore, il quale diceva che suo figlio deve fare quello che dice lui, le scuole che dice lui, altrimenti chi porterà avanti le sue attività?

Però Briatore è un'altra cosa...

Briatore sarà anche un'altra cosa, però il concetto è lo stesso. Uno chalet con duecento ombrelloni, venti casotti, bar e ristorante, guadagna più di dieci medici... e allora di che Veterinaria vai parlando?

E che dovrebbe fare, secondo te?

Visto che hai fatto lo Scientifico, dovresti fare una facoltà universitaria che ti dà le basi per trattare con commercialisti, fornitori e via dicendo, oppure seguire fin da subito tuo padre per "imparare il mestiere", come si diceva un tempo. Perché, ripeto, questo ragazzo erediterà un'attività molto redditizia.

Restando nel mondo dei ragazzi, cosa pensi del loro particolare quanto singolare modo di esprimersi, della loro tendenza a trasformare la lingua italiana in un insieme di numeri, simboli e mezze frasi, quali: tvtb per "ti voglio tanto bene", k fai? per "cosa fai?", k 6? per "chi sei?", x qnt tmp? per "per quanto tempo?", con conseguente disperazione degli insegnanti di Lettere, che assistono al decadimento della lingua più ricca del mondo. Mi sto rivolgendo a un laureato in Lettere.

Il giovane di oggi, quello nato dagli anni 2000, possiede un modo di vestire trasandato, con pantaloni cadenti che lasciano vedere le mutande... ecco, se chiedessimo ad uno ad uno cosa li spinge ad indossare questo tipo di abiti, scopriremmo che nessuno di loro è in grado di fornire una risposta adeguata a questa domanda e capiremmo subito che ciò che più conta per loro è uniformarsi al comune sentire; poco conta lo spirito individuale, il quale finisce con il perdersi nell'oblio del conformismo. Ciò che manca alla gioventù odierna è la capacità di salvaguardare se stessa opponendosi a ciò che il mercato propina giorno dopo giorno nel tentativo di adescare giovani alla ricerca di qualcosa di nuovo; la ricerca del "nuovo" soppianta la ricerca del "vero" facendoli a volte precipitare in una spirale senza fine di noia e insoddisfazione.

Tu sei stato giovane negli anni Settanta, un periodo di ribellione, mentre oggi non vedo questo istinto nei giovani...

Non essere in grado di ribellarsi alle storture della società in cui vivono è segno di apatia, su questo non c'è dubbio.

Ma c'è oggi qualcuno che propone uno stile di vita diverso?

Questo non ha importanza. Mi riferisco al fatto che spesso non hanno abbastanza carattere per difendere il loro punto di vista e si lasciano trasportare dalla "massa" oppure si chiudono in uno sdegnoso isolamento. La situazione è resa ancor più singolare dall'ambiente scolastico in cui lo studente trascorre gran parte della giornata: in questo luogo, che dovrebbe essere formativo ma che di formativo ha ormai ben poco, regna sovrana la confusione, la disorganizzazione e la trasmissione di nozioni sterili; nella scuola sembra non esserci spazio per le esperienze personali e ciò è testimoniato dal fatto che di un autore viene richiesto un sapere erudito, mnemonico, piuttosto che impressioni e considerazioni sui suoi scritti. L'anno scorso parlavo con una professoressa di Italiano di un'altra regione e siamo finiti a Gesualdo Bufalino, di cui conosceva solo un'opera, quella citata nei programmi scolastici, anche se Bufalino ha scritto diversi romanzi... però lei ne conosceva solo uno. Ecco, secondo me un insegnante dovrebbe allargare l'orizzonte e non limitarsi solo ai programmi ministeriali, e quello lo fai da solo, è un percorso tuo, perché insegnare non è un mestiere come gli altri, è un po' come fare il prete, hai una grande responsabilità perché stai formando gli uomini del futuro. Ma in fondo anche loro sono vittime di un sistema che si è andato deteriorando di anno in anno.

Come vedi il "sistema scuola"?

La scuola è un sistema in bancarotta.

E' un giudizio duro...

Però aggiungo che rassegnarsi alla bancarotta scolastica significa rinunciare al futuro, sottrarlo a ciascuno degli studenti e conseguentemente alla collettività. Il futuro arriverà comunque, come sempre, ma quello che dai banchi non si costruisce, dopo impoverisce. E quel che più preoccupa è la totale assenza di reclami da parte degli studenti. La bancarotta scolastica avviene nel silenzio, segno di una più vasta bancarotta morale.

Bancarotta è un termine forte...

Non si può che definirla bancarotta perché la ragione per cui esiste la scuola pubblica - e il relativo obbligo di frequentarla - risiede nella volontà e necessità di ridurre al minimo le differenze di partenza fra i giovani. La scuola pubblica esiste per offrire a tutti la possibilità di farsi strada per merito, senza che il bisogno ostruisca il percorso. Per questa ragione lo scopo della scuola pubblica è quello di offrire a tutti la possibilità di studiare ma anche quello di riequilibrare le differenze culturali dovute al disagio sociale ed economico. Ed è qui che c'è la bancarotta. Masse di ragazzi che arrivano agli esami di Maturità con competenze poco soddisfacenti per un mercato del lavoro sempre più complicato, una scuola che non sta al passo con il mondo del lavoro. Una statistica che ho letto qualche tempo fa diceva che il liceo di un quartiere bene di una città del Sud ha risultati del tutto paragonabili a quelli di un liceo analogo al Nord, ma le scuole nei quartieri periferici se la giocano con l'Africa in via di sviluppo. Quindi, all'opposto di quel che dovrebbe essere, chi nasce favorito viene rifavorito e chi nasce svantaggiato viene risvantaggiato. E questo non lo chiami fallimento, bancarotta?

Genitori e ragazzi pensano solo alla promozione, ai bei voti...

Solo i cretini possono pensare che lo scopo del corso di studi sia la promozione, laddove è l'apprendimento che mi viene sottratto.

Quindi, secondo te, servirebbe una scuola meritocratica e selettiva.

Non può essere altrimenti. Una scuola meritocratica e selettiva è in grado di farmi sapere per tempo che non sono preparato, mettendomi nelle condizioni di scegliere cosa fare, senza subire la mattanza collettiva del declassamento culturale. E per avere un simile servizio devo metterci a lavorare chi è selezionato per merito, quindi concorsi senza graduatorie ad esaurimento, verifiche periodiche dei risultati, premi a chi forma meglio e tanti saluti a chi non sa farlo. Brutale? Brutale è restare senza futuro per incapacità d'essere persone serie nel presente.