Post-it

Onorevole dei miei stivali

La vicenda di Aboubakar Soumahoro è profondamente istruttiva, senza avventurarsi in processi che hanno diritto di cittadinanza solo nei tribunali. Possiamo solo tentare una riflessione sul fenomeno Soumahoro, costruito con un sapiente uso dei social. Soumahoro è bravo, molto bravo nella gestione della propria immagine: può sollevare tutte le critiche di questo mondo, ma la scelta di presentarsi a Montecitorio in stivaloni inzaccherati di fango nella giornata inaugurale della legislatura è semplicemente perfetta. Gli ha garantito una notorietà istantanea, del tutto ignota fino al giorno prima. Un simbolismo di grande efficacia, al di fuori degli ambiti strettamente legati alla dolorosa realtà dell'accoglienza e dell'inserimento nel mondo del lavoro dei migranti. In quella, invece, meno favorevole a Soumahoro, si tratterebbe solo di puro marketing, in pratica l'onorevole si è consapevolmente trasformato in un personaggio. Anzi, vuole essere un personaggio. Non spetta a noi stabilire se le sue attività siano state condotte violando le regole (che sia legittimo volerlo sapere è scontato ma irrilevante). Viviamo in una società profondamente imperniata sull'immagine e proprio questa considerazione richiama a un'assoluta severità nei confronti di noi stessi. In fin dei conti, oggi più che mai, siamo i principali giudici dei comportamenti che scegliamo di adottare e dei modi per arrivare ai nostri scopi. Siamo liberi di scegliere chi voler essere, ma nulla è gratis. Soumahoro è stato candidato per la sua battaglia in favore dei migranti, per l'immagine del nero che lotta per i neri. La sua vicenda ci ricorda una verità scomoda: essere neri è un oggettivo ostacolo per molti, ma anche un vantaggio per una minoranza più scaltra (o più furba, fate voi). Lo voglio sottolineare perché i razzisti mi fanno orrore, ma non sono poi così meglio quelli che il razzismo lo cavalcano per costruirsi un'immagine e una carriera.