I ragazzi del dopoguerra

Erano sopravvissuti alle bombe, alla fame, alle deportazioni e sono stati uccisi da un'infezione polmonare. Si sono affacciati alla vita sotto l'oppressione di Hitler e di Mussolini e l'hanno lasciata sotto il segno di un acronimo impersonale, il Sars-CoV-2. Furono battezzati con il fuoco di un mondo in fiamme e sono morti senza l'estrema unzione in una desolata, asettica corsia d'ospedale.

Non esistono destini migliori o peggiori di altri, esistono solo destini. Quello della generazione falciata in queste settimane dal virus merita, esige, il nostro tributo di dolore collettivo. I parenti delle vittime non devono essere lasciati soli a piangere i loro morti, perché essi sono i nostri morti. Sono i compagni di una vita, sono i padri della nostra gioventù, sono i nonni dei nostri figli. La maggioranza aveva più di ottant'anni. Furono i figli dell'apocalisse, i nati nell'ora «segnata dal destino», furono i ragazzi della speranza, gli uomini della ricostruzione, i vecchi della delusione.

Se ne sono andati mesti, silenziosi, come magari mesta e silenziosa è stata la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l'odore e le privazioni. Se ne vanno le mani indurite dai calli, i visi segnati da rughe profonde, le mani che hanno spostato macerie, piegato il ferro, impastato cemento in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Se ne vanno avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l'esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati.

Il destino ha dato molto agli uomini e alle donne di questa formidabile e sciagurata generazione, e molto ha tolto. Scalarono l'esistenza con il fiato immenso di un ciclista in fuga ma hanno esalato il loro ultimo respiro spolmonati. Nacquero spesso in stanze malsane, poco areate, poco illuminate, case di campagna umide, povere ma sempre affollate, vocianti, dense di vita, e poi però sono morti da soli, abbandonati da un necessario e impietoso protocollo sanitario.

E' terribile doversene andare senza un volto amato da poter guardare per l'ultima volta. Non si può immaginare morte peggiore. Eppure questo è stato il loro destino in una primavera senza gioia. Ci sono parole per piangere i morti e ci sono parole per consolare i vivi. Le seconde non sono possibili se non sono state recitate le prime. Per questo motivo, su coloro che se ne sono andati dobbiamo invocare con forza, con tutta la pietà di cui siamo capaci, il sinistro splendore di questa falsa primavera. E su di noi, che restiamo, la loro benedizione.

Nessuna «fase 2» arriverà davvero se prima non avremo scavato la terra, deposto le bare e protetto i tumuli con mazzi di fiori. Ora è il momento di promettere a noi stessi che i ragazzi del dopoguerra non saranno mai dimenticati.